Mappare, riqualificare e creare nuovi campi da calcio nei vari quartieri delle città. creare le righe che delimitano il campo da calcio, inserire le reti nelle porte. Un campetto di periferia e non segna quindi il bivio tra un ragazzino senza-un-luogo dove giocare, e un ragazzino con-un-luogo. E questo bivio, forse, è una possibile definizione di urbanistica: la disciplina che si occupa della creazione di quei “dove” – in questo caso semplici strutture sportive nei quartieri disagiati – che possono trasformare la vita.

In una lunga intervista (Spazio, sapere e potere) Michelle Foucault dichiarò che architettura e urbanistica producono effetti positivi “quando le intenzioni liberatorie dell’architetto coincidono con la pratica reale delle persone nell’esercizio delle loro libertà”.

E cos’è il calcio se non un esercizio di libertà? Un esercizio che comincia da un semplice un pallone: ne basta anche uno deforme e improvvisato per inventare lo spazio con l’immaginazione e trasformare uno squallido cortile in uno stadio pieno di tifosi.

Figuriamoci allora la potenza fabbricatrice (di sogni e speranze) di un campetto di quartiere,

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